Mariella Gili Vinardi, 46 anni, fu uccisa nella notte tra il 5 e il 6 agosto 2011 a Vauda Canavese in provincia di Torino.
Secondo le ricostruzioni, l’omicidio si consumò poco dopo mezzanotte nell’abitazione in cui la vittima risiedeva, con il marito Salvatore Scandale di 51 anni e i figli di 18 e 13 anni. La coppia era sposata da 20 anni. I genitori della quarantaseienne vivevano nella stessa struttura
A lanciare l’allarme fu il marito della donna che, nella telefonata al 112, raccontò in stato confusionale di aver “sognato di uccidere la moglie”, ammettendo di aver sparato alla coniuge con la sua Beretta calibro 7.65, regolarmente denunciata
I due figli della coppia non erano presenti nel momento del delitto, ma rincasarono pochi minuti prima dell’arrivo dei Carabinieri. Il primogenito, rientrato verso l’una di notte, aveva trovato il padre seduto sugli scalini che singhiozzava. Scandale fu fermato dai militari e, nel corso dell’interrogatorio effettuato dinanzi al pubblico magistrato, aveva confessato di aver “ucciso la moglie da sonnambulo” mentre dormiva. ma la traiettoria dell’unico proiettile mortale non era compatibile con l’ipotesi di un colpo sparato accidentalmente.
Il reo confesso fu condotto in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato della premeditazione. Dalle indagini era emerso che la coppia era in crisi da tempo e la moglie aveva manifestato l’intenzione di separarsi.
Secondo l’esame autoptico disposto dalla Procura l’omicidio fu un’esecuzione. L’uomo appoggiò la pistola alla nuca della moglie e premette il grilletto. Di fronte alle accuse, però, Scandale continuò a ribadire di aver agito da sonnambulo: “Mi prendo tutta la responsabilità di quello che ho combinato, ma non sono un mostro, né un killer”.
Nel corso del processo, fu disposta una nuova perizia che stabilì che il colpo fu sparato dal basso verso l’alto con la canna dell’arma premuta sulla nuca. Il proiettile attraversò tutta la testa, in modo assolutamente rettilineo. Il fatto che la pistola fosse premuta contro il cuoio capelluto fece escludere che si fosse trattato di un atto compiuto in stato di incoscienza.
Il 16 luglio 2013 la Corte d’Assise di Torino condanna Salvatore Scandale a 24 anni di reclusione, riconoscendo all’imputato le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate.
Kella Tribi
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