Barbara Cicioni, 33 anni, una moglie, una madre, una donna incinta all’ottavo mese di gravidanza, venne ritrovata morta sul pavimento della camera da letto, uccisa. Il delitto si consumò la sera del 24 maggio 2007, in una villetta di Compignano, in provincia di Perugia.
In un primo momento si ipotizzò una rapina finita male, perché sarebbe stata aperta e svuotata la cassaforte in casa, contenente 1500 euro, e forzata una portafinestra. Già due mesi prima la famiglia era stata derubata ed i ladri erano entrati dalla stessa portafinestra. Ma qualcosa non quadrava. I figli della coppia, di 4 e 8 anni, dormivano nelle loro camerette e non si erano svegliati, nonostante la casa fosse a soqquadro. Inoltre il cane non aveva abbaiato e rimasero alcuni oggetti di valore.
Ma lui, il marito dove era? Roberto Spaccino, 37 anni, dichiarò di essere tornato a casa, da una delle lavanderie che gestiva, verso l’una di notte. Trovò la moglie riversa sul pavimento con ecchimosi sul volto e una ferita alla testa. Avvisò quindi il fratello, che a sua volta telefonò al 118.
I Ris analizzarono la scena del crimine in attesa dei risultati dell’autopsia che, successivamente, stabilì il decesso della vittima per una “insufficienza cardio-respiratoria alla cui produzione avevano concorso numerosi meccanismi traumatici che, allo stato, non evidenziavano l’uso di armi proprie e improprie”.
Pochi giorni dopo, la svolta. Venne arrestato il marito. Gli accertamenti avevano portato altre conferme, non solo per il modo in cui Barbara Cicioni fu uccisa, ma soprattutto perché dall’esame autoptico u rivelato che la donna era morta ben prima della mezzanotte. Inoltre, i Ris avevano poi scoperto delle macchie di sangue su un furgone usato dalla famiglia e, soprattutto, non erano riusciti a trovare tracce di estranei nella casa.
Nel gennaio del 2009, Spaccino testimoniò in aula alla Corte d’Assise di Perugia. L’imputato raccontò che, la sera del 24 maggio 2007, lui aveva rifilato “due schiaffetti” alla moglie, “talmente leggeri che però non potevano averle fatto male”
Sempre in aula, il padre di Barbara Cicioni confermò i maltrattamenti in famiglia. La figlia gli aveva confidato: “Bastava un granello di polvere in casa per far scoppiare una discussione”. Le minacce, il ricorso alle mani, gli insulti erano una pratica che si ripeteva spesso da parte di Spaccino
Due anni dopo il delitto, il 16 maggio 2009, Roberto Spaccino fu condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Perugia. I giudici accolsero le richieste della pubblica accusa
Kella Tribi
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